lunedì 2 febbraio 2026

Qui tutto canta la vita trascorsa,

senza per questo distruggere il domani:
s'indovinano fermi nella loro forza
il cielo e il vento, il pane e le mani. (...)

*

(...) e per questo è così importante orientarsi secondo la propria innocenza.


Rainer Maria Rilke

sabato 31 gennaio 2026

   altrimenti ti inviavo

preghiere mistiche e laiche
da una parte all'altra del mondo
dal basso in altro,
dall'alto all'altissimo
con ogni sbarco della parola,
angoletti, fogliame per gli imballi
carte regali, sovraimpresse di invisibili pianti
già molli, sovrascritti, sottoscritti,
firmati con alette, anonimi di mio,
tutto per dragare il tuo silenzio quasi divino,
una fiumana
di accorate infantili catenelle
dotte, imparate dai banchi, imitate dai saggi
e calembour e massime e stinte poesie,
formali come formaldeide,
un rsvp in basso a destra
in fondo a sinistra come le toilette
o altrimenti parlandomi da sola lungo i canali
verso la stazione
appena fuori casa
con un piede sull'uscio
con l'altro nella tua fossa,
nel girone dei sordi e degli ebeti, dei sordidi e degli angioli,
lo sa dio la fine che fa
l'amore che si ingorga nella turistica testa
quale parassita di me stessa
tarlata fino all'ultimo occipitale
diventare altrimenti polverina leggerissima
sparirti dalle mani con piccola brezza.
da Un amore andato bene e male
(raccolta inesistente)

L'intelligenza ha ondeggiamenti che rendono cangianti il fondo degli occhi, che li velano, e quel velo passa per dolcezza; o forse lo è? 

La dolcezza: un'esitazione.

da "Il miracolo della rosa",  Jean Genet

martedì 27 gennaio 2026



Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.
Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole, no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com'è strano, per me, scriverti di nuovo, com'è bizzarro rivivere un addio...)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.
Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami, proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.
( Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire...)
Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto; so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza, per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.
Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è; stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d'inverno, d'estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali - tutto resterà sempre con me.
Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo, un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi, sull'amicizia che hai voluto concedermi e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti. (...)

Iosif Aleksandrovič Brodskij, Verso il mare della dimenticanza (Lettera a A.D.) - 27 gennaio 1962, da Fermata nel deserto in Opere


il nodo del padre

lunedì 19 gennaio 2026

Le scrivo, Monsieur Dupin, per declinare il suo gentile invito. Non sono assolutamente in grado di scrivere per “L’Ephémère” un articolo sulla leggerezza della materia. Anzi, potrei dire di essere il meno adatto a scriverlo.

Le spiegherò.

All’inizio ero ossessionato dal bianco dei fogli. Mi accecava, il bianco. Spaventato da quella luce, la annerii con forti tratti di matita. Creai una folla di segni, di foglie, di oggetti, che talvolta erano volti e corpi, talvolta no, erano qualcosa di pullulante, di ossessivo, di interminabile, che si muoveva da sé, che occupava tutto il foglio, dove la matita poteva delirava e colmava, faceva emergere e distruggeva, e questo mi dava un senso di ebbrezza, mi sentivo sovrano della carta, era meraviglioso. Anche se poi il foglio, annerito di segni, restava così, fermo davanti a me, come un blocco muto, una roccia che non potevo scalfire, qualcosa d minerale o di vegetale, una pietra liscia e nera, senza aperture, che non risponde alla mia voce…

Fu nella disperazione di quel silenzio che, all’improvviso, sentii crepitare le cose. Fu un momento terribile. Ritornò il bianco. Esigente, assoluto. E quel giorno non potei che fare un volto sottile, un profilo aguzzo. Lasciai i fogli e misi mano ad altre materie. Scolpii. Sentivo che si consumavano, nelle mie statue, incendi terribili; silenziose ma assolute le fiamme ardevano sempre, invisibili a tutti ma non a me, che ne avvertivo il fruscio, il crepitìo, il fragore; percepivo i colpi secchi del legno che brucia, si spacca, cade al suolo, i piccoli urli dei bambini, gli urli disperati degli adulti.

Fu allora che comincia a dare al bronzo – alla materia dei monumenti – l’apparenza che ora vi sconvolge: questa esistenza atroce, da oggetto bruciato, che persiste nel suolo e nella terra dove è andato in fiamme, che non rinuncia a denunciare l’incendio che lo ha scorticato fino all’osso e che continua a scorticarlo, eternamente presente.

Ecco, io sono testimone di questo fuoco che distingue e che elegge. Non c’è più, in me, un’acqua che slavi, un’aria dove essere in volo, ma figure che esigono di mostrarsi; figure, sempre, con un corpo attaccato alla terra, pesante e sottile, che non può non esibire il suo dolore, che non si cancella mai e resta – sepolcro, testimonianza, emblema di un’arte che non immagina nulla dietro di sé.

Pochi hanno visto nella mia opera questa struttura colossale, scuoiata dalla sofferenza. Io ho fissato il fuoco per sempre. Altri hanno fatto lo stesso per l’aria o per l’acqua. Non a caso ho vissuto in una tana, attutissimo alla terra. E qui, in questa tana, sento voci che mi sconvolgono, che parlano della musica delle cose, sento suoni morbidi e freschi, estranei alla mia lingua di pietra, al mio fuoco di bronzo.

Ma io resto qui. Ormai non posso rinunciare alle forme dove mi sono scorticato vivo. Non conosco altri mondi che il mio. Sono un povero contadino.

Perciò devo ripetervi di no, Dupin: non mi chiedete quell’articolo sulla leggerezza e sugli spazi, sui segreti dell’aria. Non potrei scriverlo. Forse – non è follia la mia affermazione – lo potrebbero Brancusi, Ubac, Valmont. Certo non io.

Io potrei parlarvi – se il tempo me lo consentirà – del fuoco che brucia i campi e non permette al seme di nascere.

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Mezzo me è un cane.

   Rispondo muovendo le gambe,

   come se fossero coda.

   Lascia che il corpo parli,

   da sé,

  tutto da solo,

  Perché mezzo me è un cane.


Alberto Giacometti

sabato 17 gennaio 2026

torni?


(op.cit.)